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​Statua del signore Shiva a parel village; Mumbai Bombay; Maharashtra; India

Linea di credito: Dinodia Photos / Alamy Foto Stock

​Di seguito il testo tratto dalla newletter "Anusara Sadhana-June 2026" dell'Anusara School of Hatha Yoga in cui Alessandra commenta questo bassorilievo.












Il pilastro stabile e la Danza del Mondo
di Alessandra di Prampero – ECATT, Milano, Italia

"Al centro del nostro essere dimora un pilastro stabile, vivo di infinite potenzialità: la Sorgente da cui tutte le forme emergono.

 

La visione filosofica al cuore dell’Anusara Yoga afferma che, all’essenza di tutto ciò che esiste, vi è un’unica Sorgente, un unico Spirito, un unico Assoluto, che si manifesta in tutte le forme che vediamo nel mondo. Quindi l’Uno è una sola Essenza, ma allo stesso tempo è anche molte forme. E noi siamo le molte forme diverse che possiamo vedere e allo stesso tempo siamo quell’unica Essenza.
 

Com’è mai possibile? Quando ero piccola e studiavo matematica alle scuole elementari, mi è stato insegnato che 1 = 1, non che 1 = infinito! Ma forse oggi le cose si sono evolute e una simile equazione è concepibile! 😉
 

In realtà noi pratichiamo yoga proprio per esplorare e comprendere fino in fondo questo apparente paradosso. Ma ancora di più: noi pratichiamo yoga per fare esperienza di questa “unità e diversità” nel nostro corpo, attraverso il gioco degli asana (delle forme), e per coltivare la capacità di mantenere questa consapevolezza nella nostra vita quotidiana.
 

Quindi la nostra intenzione più alta è proprio questa: riconoscere l’unità sottostante alla molteplicità dell’universo e imparare a danzare con questa diversità e a celebrarla come espressione della Sorgente.
 

Facile a dirsi. Facile pensare di aver capito. Lo yoga però non è soltanto un processo intellettuale. È un “riconoscimento interiore”. Non vogliamo semplicemente comprendere, vogliamo diventare quella comprensione.
 

E quindi, forse, non è proprio così semplice. Quando condividiamo queste intuizioni con i nostri studenti, spesso vediamo i loro occhi spalancarsi pieni di curiosità, ma anche di punti interrogativi. Ecco perché, per aiutarli a comprendere meglio, in classe introduciamo un tema e utilizziamo metafore, aneddoti personali, storie e miti. L’idea è condurli in uno spazio in cui la comprensione non nasce solo dalla mente o dalle parole, ma da un livello più profondo di esperienza. Poi li guidiamo nella pratica degli asana, affinché questa intuizione possa essere sentita e incarnata nel corpo. Infine, li invitiamo nello spazio del cuore attraverso la meditazione, dove l’esperienza può dispiegarsi pienamente.

Anche le immagini sono un potente supporto, che aiutano ad andare oltre la comprensione intellettuale. Le immagini infatti non sono solo una forma di comunicazione, ma sono molto di più. Non fornendo una spiegazione verbale, esse fungono da veicoli che ci portano direttamente nello stato che rappresentano. Non descrivono, ma evocano. In questo modo, aggirano la mente analitica e ci invitano a lasciare andare il pensiero razionale, portandoci in uno spazio in cui il sentire precede il pensare e in cui ogni dettaglio diventa una porta d’accesso all’esperienza e non solo al significato.

Come esempio, possiamo pensare all’iconografia dell’Ananda Tandava di Shiva Nataraja, che molti di noi conoscono. Potente e ricca di significato, trasmette e illumina numerosi insegnamenti dello yoga. Pensiamo, per esempio, al contrasto tra la stabilità dell’asse centrale di Shiva e il movimento dinamico dei suoi capelli, delle braccia, delle gambe e degli elementi circostanti, ma ricordiamoci anche della serenità del suo sguardo. Tutto questo ci ricorda sia la ferma quiete del centro—l’Uno—sia la danza della manifestazione che da esso emerge. Ci suggerisce – ma non solo, ce lo fa anche sentire—che, riposando nel centro, possiamo trovare la serenità necessaria per partecipare pienamente alla danza della vita. E questa è, come abbiamo detto, la nostra intenzione più alta nella pratica dello yoga.

Ci sarebbe molto altro da dire su questa immagine. Ma oggi vorrei parlarvi di un’altra opera che non conoscevo, ma che trovo particolarmente significativa e utile per l’insegnamento. Mi sono imbattuta in essa mentre preparavo un ritiro intitolato: “Divenire l’Essere, Essere il Divenire” e mi ha aiutato molto a spiegare la relazione tra l’Uno e i Molti.

Mi riferisco a ciò che è noto come il Signore Shiva di Parel, o il Bassorilievo di Parel.

E sono profondamente grata al libro di Heinrich Zimmer Miti e Simboli dell’India (Adelphi, 1993), dove ho trovato molte delle informazioni che condivido qui di seguito.

Si tratta di un bassorilievo, alto circa 3,5 metri, che risale al V–VI secolo d.C. ed è quindi anteriore all’iconografia dell’Ananda Tandava, che emerge più tardi, intorno al IX secolo d.C. Fu ritrovato nel Maharashtra, vicino a Mumbai, nel 1931 durante dei lavori stradali, ed è oggi conservato nel tempio di Baradevi a Parel, dove è oggetto di devozione. L’opera, incompiuta, presenta diversi dettagli non finiti.

Osservandolo, è possibile notare un asse verticale centrale composto da tre figure sovrapposte. Da questa colonna centrale emergono alcune figure più piccole, sia al livello della figura alla base sia intorno a quelle superiori.

La figura alla base rappresenta Shiva, saldamente radicato sui suoi piedi. La sua mano destra forma il gesto dell’insegnamento (vyakhyana mudra) e tiene una mala. Sopra di lui vi è una seconda figura, che appare emergere da lui e che, nella mano sinistra, tiene una brocca d’acqua—attributo di Brahma—mentre la mano destra forma il dhyana mudra, il gesto della meditazione.

Da questa seconda figura ne nasce una terza, circondata da dieci braccia, come a formare una corona. Ogni mano tiene un emblema—una spada, un rosario, uno scudo e altri non facilmente identificabili—tutti associati a Shiva.

Queste tre figure centrali formano una colonna che ci ricorda un linga. Ma, da questo asse, altre figure si estendono verso l’esterno come dei rami che si diramano in tutte le direzioni. Le cinque figure più piccole al livello inferiore, abbozzate e incomplete, sono i ganas, servitori della divinità.

Nella sezione superiore, intorno alle due forme più elevate, troviamo altre quattro figure, particolarmente interessanti: esse infatti replicano gli stessi gesti e mostrano gli stessi attributi della figura centrale, ma allo stesso tempo emergono dal pilastro centrale (che, lo ricordiamo, rappresenta Shiva) con le gambe un poco divaricate, come se stessero saltando verso l’esterno, e sembrano proprio allontanarsi dalla loro origine. Eppure i loro volti continuano a essere rivolti verso Shiva, come ad affermare la loro essenziale unità con la Sorgente.

Ma cosa rappresenta questo monumento? Che cosa ci dice?

A prima vista percepiamo subito sia la solidità, la stabilità e l’immobilità dell’asse verticale che il dinamismo e l’espansione del movimento verso l’esterno. Il bassorilievo ci introduce immediatamente in un processo continuo e infinito di manifestazione.

Se poi osserviamo con più attenzione, vediamo che il soggetto di quest’opera è in realtà Maheshvara, il Grande Signore—Shiva come personificazione dell’Assoluto. Le sette figure rappresentano sette forme di Shiva: tre nella colonna centrale e quattro che emanano da essa.

Il pilastro centrale esprime un’unica essenza che si manifesta in tre forme. Quella più in basso rappresenta Shiva come sattva guna, lo stato della purezza e dell’equilibrio, spesso associato a Vishnu, l’Oceano della Coscienza che contiene ogni potenzialità in un equilibrio armonioso.

Da questa serena quiete nasce il movimento. Shiva, in quanto Vishnu, dà origine a Brahma, il creatore—la seconda figura—che emerge dalla prima. Qui Shiva esprime rajas guna, il principio dell’attività, della passione e della creazione, attraverso cui l’universo prende forma.

La terza figura, al di sopra della seconda, rappresenta Shiva come Kala Rudra—il tempo stesso, la forza che dissolve tutto ciò che è stato creato. Questo è tamas guna, associato all’inerzia, all’oscurità e alla forza che riporta il movimento alla quiete e all’immobilità.

Le figure circostanti rappresentano le emanazioni di questa realtà essenziale—il dispiegarsi nei vari elementi e in tutte le forme dell’esistenza. Sebbene appaiano molteplici, esse rispecchiano la figura centrale nei gesti e nell’espressione, ricordandoci che non sono altro che Shiva nelle sue varie forme manifeste. Ed esse continuano a rivolgere lo sguardo verso il loro punto di origine, come a voler confermare la loro identità e connessione con la Sorgente.

In sintesi, questo capolavoro mostra un unico Shiva che diventa Molti—la colonna dell’essere che si espande manifestandosi in innumerevoli forme. Non si limita a dircelo, ma ci mostra che esiste un’unità fondamentale che sottende sia il dinamismo della manifestazione che la quiete dell’essere eterno. Tutto ciò che esiste—anche ciò che appare opposto e contraddittorio—emerge dalla stessa essenza e a essa, in ultima analisi, ritorna.

Comprendere e fare esperienza di questa unità è lo scopo dello yoga. Pratichiamo per realizzare che siamo, allo stesso tempo, sia la colonna sia le sue emanazioni, l’Uno e i Molti. Nella tradizione tantrica non duale, quando diciamo che siamo Shiva e Shakti, è esattamente questo che intendiamo.

L’intenzione più alta della nostra pratica è rimanere radicati nell’asse centrale—riconoscere il nostro pilastro interiore e la nostra identità con la Sorgente—senza essere destabilizzati dal gioco delle energie che si manifestano. Impariamo a vederle invece come parte della Sorgente e, in quanto tali, a partecipare e a gioire della loro espressione. In questo modo, attraverso la pratica dello yoga, entriamo nel centro dell’essere e danziamo con le manifestazioni dell’Universo come parte del gioco dell’Assoluto.

Questo è il paradosso apparente che siamo invitati a incarnare e a vivere: essere l’asse stabile e, allo stesso tempo, muoverci come le sue infinite espressioni. Ricordare, ancora e di nuovo, che non siamo mai separati dalla Sorgente, anche mentre prendiamo una forma al suo interno.

Nel contesto dell’Anusara Yoga, questo riconoscimento non è astratto: è qualcosa che coltiviamo consapevolmente, respiro dopo respiro, movimento dopo movimento. Ogni volta che ci radichiamo, ricordiamo la stabilità del pilastro interiore. Ogni volta che ci espandiamo, partecipiamo all’espressione della Sorgente nella forma.

I Principi Universali di Allineamento™ non sono semplici istruzioni biomeccaniche, bensì sono una via diretta di accesso a questa pulsazione tra l’Uno e i molti, contrazione ed espansione, interno ed esterno, Sé e manifestazione.

Come insegnanti, il nostro invito è quello di mantenere questa consapevolezza—di vedere il corpo non come qualcosa di separato, ma come un’espressione vivente dell’Assoluto—e di guidare i nostri studenti verso questo stesso riconoscimento.

E, col tempo, ciò che inizia come pratica sul tappetino diventa un modo per abitare la vita stessa: radicati nel cuore, allineati con la Sorgente e liberi di danzare nel gioco del continuo dispiegamento della Shakti.

Questo è Anusara. Questa è la pratica."

Alessandra di Prampero 

Expercienced Certified Anusara Teacher Training

Giugno 2026

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